Il borgo di Castelponzone

Castelponzone, antico borgo murato senza più mura, si stende sonnacchioso nella placida campagna cremonese, circa venti chilometri a sud-est del capoluogo: nelle sue strade, sotto i suoi portici aleggia persistente la memoria del passato, quando fiorenti erano i commerci e numerosi i cordai. 

Rimasto per secoli sotto il dominio della potente famiglia cremonese dei Ponzone, il Castelletto – noto appunto come Castelletto dei Ponzone – era il centro del feudo che si estendeva ai territori vicini per circa 47.000 pertiche.

L’abitato è stato modellato dalla volontà dei feudatari in una struttura fortificata, delimitata da un fossato sul quale si aprivano due sole porte d’accesso, a sud e a est, con la rocca a sua volta fortificata eretta sulla piazza centrale: la forte connotazione difensiva differenzia l’aspetto urbanistico del borgo dagli altri centri limitrofi pure muniti di roASCR_CastelPonzone_catasto teresianocche e fortilizi, come San Giovanni in Croce, Vidiceto, Gussola.Piantina Ca._0001

Mentre a nord scorre come allora il dugale Delmona, oggi la circonval-lazione ricalca il tracciato dell’ antico fossato conservando le due porte, con quella sud an-cora quattrocentesca: all’interno la via maestra, porticata, è costituita da case con bottega, cortile interno e affaccio sui vicoli retrostanti, i caratteristici strettini.

 

I portici

All’interno del Cartolina-Vintage-PostCard-Mercato-di-Castelponzone-Viaggiataborgo fervevano numerose attività artigianali, come testimoniano le molte botteghe che si affacciano sotto i portici, uno degli elementi architettonici caratterizzanti di Castelponzone: era proprio questo il cuore del paese, tanto che nel parlare comune li si indicava col termine “piazza” in luogo della vera piazza, quella della chiesa.Mondo ultimi botteghe

Qui si svolgeva il fiorente mer-cato settima-nale del gio-vedì, nato nel Quattrocento e durato fino a metà Novecento, dove si commerciava di tutto – dal pellame ai tessuti, dai formaggi ai cereali, con la zona riservata al bestiame e ai polli, mentre nelle botteghe c’erano librai, orologiai, zoccolai, venditori di cappelli, di tessuti, di salumi – rendendo il borgo un centro di forte attrazione del territorio.

Le arcate dei portici e le facciate, trasformate nei secoli, presentano oggi una continua variazione architettonica e “trattengono ancora i caratteri originali di persone e famiglie, che sembrano avere la regola di presentarsi senza norma, ciascuna con un volto tradotto nella propria casa” (Carlo Bellò).

 

Gli strettini

Mondo ultimi strettino

La struttura urbana di Castelponzone è fatta di isolati, quasi regolari verso ovest, più frastagliati verso est, percorsi da stretti vicoli detti strettini, che corrono sul retro delle case affacciate sulle vie principali e le separano dai rustici e dalle cantine.

Fino alla metà del secolo scorso negli strettini era un pullulare di vita: vi lavoravano gli artigiani, dal falegname al fornaio, vi si ammazzava il maiale, vi si pigiava l’uva: era un grande e operoso laboratorio a cielo aperto.

Oggi riposano silenziosi, fioriti sui davanzali d’estate e insinuati di nebbia d’autunno.

 

La chiesa

La prima fu Ghidonicommissionata con ogni verosimiglianza dalla confraternita della Concezione della Vergine, dato che ne raffigura il soggetto nella parte alta, mentre in basso è illustrato l’incontro dei genitori di Maria. Il duplice tema iconografico costituisce una particolarità all’interno di una raffigurazione, quella dell’Immacolata Concezione, che nel momento di esecuzione della pala, la fine del Cinquecento, non rispondeva a un canone codificato e che in epoca più tarda si sarebbe fissata nella figura della Vergine vestita di sole, con la luna sotto i piedi, che schiaccia il demonio rappresentato da un serpente. Galeazzo Ghidoni è fra i pittori meno noti dell’ultimo Cinquecento cremonese: citato dalle fonti tra gli allievi di Antonio Campi, poco operoso in patria, lavorò a Roma e a Firenze a partire dal 1590, tornando a Cremona per un breve periodo intorno al 1598. Nella tela, firmata, risalente agli ultimi anni del secolo, è evidente la sua posizione defilata rispetto alla corrente che in quel momento prevaleva in città; prevalgono invece, sul piano stilistico, richiami arcaici nella composizione fortemente triangolare e influenze toscane nelle scelte cromatiche, basate su colori freddi o acidi come il giallo e il verde delle vesti di Anna e Gioacchino. Anche le fisionomie spigolose delle figure e l’andamento squadrato dei panneggi si allontanano decisamente dalle morbidezze e dal naturalismo della maniera campesca.

SantaLuciaLa seconda tela, la Santa Lucia, si deve al protagonista assoluto della pittura cremonese nella prima metà del Seicento e fu probabilmente commissionata dai Ponzone. Capolavoro estremo del grande pittore che dalla nativa Genova si era trasferito a Cremona, risale al 1654, ultimo anno della sua attività nota. Dopo aver dipinto per i principali ordini religiosi e le famiglie più prestigiose, lasciando nelle chiese della città e della diocesi numerosi esempi del suo stile, fondato su una costante vena neocaravaggesca nutrita di naturalismo e predilezione per la realtà, l’estro inventivo del Miradori approda infine a una più calma adesione al tema sacro. Abbandonate le complesse ambientazioni architettoniche e le composizioni affollate, i consueti grappoli aggrovigliati di angioletti in volo, le colorite notazioni dal vero, la figura della santa si staglia sola, racchiusa in una nicchia disadorna che ne accentua la monumentalità: un solo angelo “contorsionista” le porge dall’alto la palma del martirio, mentre ai suoi piedi ardono ancora i tizzoni, strumento del supplizio. Riaffiorano qui ricordi della pittura genovese indirizzati principalmente verso Bernardo Strozzi, mentre la resa magistrale della luce, che spiove da destra, fa spiccare l’incarnato diafano della santa sui delicatissimi accordi di bruni e rossi che culminano nella veste color prugna. È questo un vertice della pittura del Genovesino, sia nella qualità esecutiva che nell’espressione di un solenne e partecipe sentimento di devozione.