Borgo di Castelponzone – Una Eccellenza del Territorio

Una corda tesa tra la terra e il fiume.

Potremmo definire così Castelponzone, antico borgo murato senza più mura, che sorge sonnacchioso nella placida campagna cremonese cercando di salvare la memoria del passato, quando fiorenti erano i commerci e numerosi i cordai. 

La storia

Il Castelletto è un antichissimo borgo fortificato che lega il suo nome alla famiglia Ponzone già  agli inizi del trecento quando Ponzino Ponzone lo acquista e lo fortifica ricostruendo una rocca preesistente. Il borgo assume però importanza quando il Duca di Milano lo concede in feudo a Galeazzo Ponzone, nel 1416.

Negli anni successivi i nobili ottengono diversi “privilegi” tra i quali quello di riscuotere dazi e quello di amministrare la giustizia civile e penale facendo diventare Castelponzone il centro amministrativo del territorio circostante. Il 15 gennaio 1516 Francesco I re di Francia e duca di Milano conferma ulteriormente il feudo a Pietro Martire Ponzone ed estende il titolo di conte a tutta la dinastia.

Nel 1648, durante la guerra dei Trent’anni, Castelponzone subisce la distruzione della rocca ad opera dei francesi che, dopo aver espugnato il borgo difeso dagli spagnoli, l’abbandonano minandola e dandole  fuoco insieme ad altri edifici. Sarà  poi ricostruita nel 1659 per opera del Conte Nicolò Ponzone

Intorno alla fine del Seicento il casato dei Ponzone rischia di estinguersi con la morte di Pietro Martire Ponzone ultimo erede maschio della famiglia. Dopo la sua morte il feudo passa alla Regia Camera e messo in vendita. Viene riacquistato dalla contessa Beatrice, nipote di Pietro Martire, che presta giuramento di fedeltà  a re Carlo II. Dopo aver recuperato il possesso del feudo, Beatrice si unisce in matrimonio con il marchese Giovan Francesco Ala di Cremona, fondando la dinastia Ala Ponzone che reggerà  le sorti del borgo fino alla morte, nel 1842, di Giuseppe Sigismondo Ala Ponzone, ultimo del casato e sicuramente uno dei più illustri personaggi, dopo Beatrice, della famiglia.

La rocca sarà  successivamente demolita per venderne i materiali da costruzione recuperati. I fossati che circondavano la rocca ed il paese vengono definitivamente interrati nel 1866. Delle due porte rimane quella meridionale col passaggio carraio e la pusterla.

I portici

All’interno del Borgo si svolgevano numerose attività  artigianali, come testimoniano ancora oggi le molteplici botteghe che si snodano attraverso tutto il paese, in particolare sotto i caratteristici portici che sono l’elemento architettonico più importante di Castelponzone rappresentandone, nei secoli, il cuore pulsante.

Nel 1456 il feudatario di Castelletto de’ Ponzoni ottiene il privilegio  di tenere un mercato settimanale nel giorno di giovedì che si è tenuto ininterrottamente, sotto i portici, fino alla seconda metà  del novecento.  Qui si commerciava veramente di tutto: dal legno lavorato alle selle per cavalli, dal pellame ai tessuti ricamati, dai formaggi ai cereali. Si sviluppano nel tempo attività  di ogni genere: tintori, cartolai, librai, orologiai, sarti, fruttivendoli, zoccolai, venditori di cappelli, di liquori, di tessuti, di salumi. Dal punto di vista architettonico i portici hanno una peculiarità : la grandissima varietà  di archi, a testimonianza anche di un fermento artistico e culturale che nei secoli ha permeato il borgo. 

Gli strettini

La struttura urbana di Castelponzone è fatta di isolati quasi regolari divisi da vie principali e vie secondarie. Queste ultime, chiamate “strettini”, sono in genere sul retro delle case che si affacciano sulle vie principali e le dividono dai rustici e dalle cantine.

Fino alla metà  del secolo scorso per queste strade era un pullulare di vita: vi lavorava il falegname, vi lavorava il cordaio, vi si ammazzava il maiale, vi si pigiava l’uva, vi si “torchiava”: era un grande e operoso laboratorio a cielo aperto. La seguente quartina del Carducci, tratta dalla poesia San Martino, sembra scritta apposta per gli strettini del borgo:

Ma per le vie del borgo
dal ribollir de’ tini
va l’aspro odor de i vini
l’anime a rallegrar.

 

Chi si fosse trovato, allora, a passare per queste vie, senza essere un castellino, avrebbe sentito gente parlare una strana e incomprensibile lingua: era il gergo dei cordai, che veniva usato solo tra di loro e nelle loro famiglie.